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I SEMI DELLE ORIGINI

di Arturo Carlo Quintavalle

Pinuccio Sciola ha scelto di far crescere i semi di pietra dentro la terra, a San Sperate me li ha fatti vedere relativamente piccoli, larghi da un palmo a due o tre o poco più, e adesso sono cresciuti: nella piazza davanti al Sacro Convento ce ne sono un centinaio, enormi alcuni, anche più di un metro e mezzo di lunghezza, altri un poco meno grandi. E questi semi hanno una caratteristica singolare, all’esterno sono sassi, pietre, sono basalti, dunque rocce ignee, cercate e trovate da Sciola nei campi, negli spazi dilatati della sua Sardegna, vicino o lontano da San Sperate, dove sta di casa. Ma queste superfici rugose, come arrotondate dal tempo, dall’usura del tempo, sono state tagliate, un diedro netto che affonda all’interno della pietra e mostra la sua vena, mostra un solido grigio che sporge, tagliente, con qualche venatura, qualche concrezione; l’interno della pietra ci parla delle pressioni ignee, del progressivo raffreddarsi del magma dentro la terra. Credo che Sciola voglia dire qualcosa con queste pietre e credo anche che la loro presenza sulla piazza del Sacro Convento abbia un significato che trascende la vicenda soltanto storico-artistica, ma, per capire, conviene riflettere un momento anche nei termini della storia dell’arte. 

Dunque chi raccoglie i frammenti del naturale, e chi raccoglie i frammenti di quello che naturale non è, è parente in qualche modo della ricerca di Pinuccio Sciola? Mi vengono in mente alcuni nomi, quelli che vengono fuori dalla cultura dadaista prima di tutto, e dunque Man Ray piuttosto che Calder, oppure Ettore Colla oppure la Nevelson, e mi domando se essi davvero abbiano qualche rapporto con Sciola. Non credo, l’oggetto trovato, i resti della nostra civiltà dell’uso e della scarsa durata, come anche i Merzbau di Kurt Schwitters gli sono estranei, Sciola punta ad altre ricerche, ad altri referenti. E uno forse si potrebbe ricordare, Henry Moore, il cui dialogo con la natura, le cui passeggiate sulle rive dell’Atlantico sono legate alla ricerca di sassi, rami, frammenti insomma che il mare ha levigato, arrotondato, trasformato e che gli servono non come sculture ma come mezzo per capire a fondo il naturale, quindi il tempo e la durata.

Quando Sciola vuole spiegare il proprio lavoro, quando vuole spiegare il proprio dialogo con la pietra lo fa utilizzando delle immagini, quelle dei bambini che pensano che da un solo sasso possa nascere una montagna, o quelle degli Inca che dicono le pietre la spina dorsale del mondo, le Ande appunto, come altrove le Montagne Rocciose. Ma tutto questo non basta per capire le ragioni delle scelte di Sciola, le scelte appunto dei sassi come semi del mondo. Eppure queste due indicazioni mitiche, dei bambini o degli inca, servono a fare comprendere come, anche nel caso della definizione della pietra e della sua possibile funzione quasi animata, di crescita, pietra come spina dorsale del mondo, pietra come generatrice e dunque pietra come figura fecondatrice del naturale, come Sciola abbia ricercato le origini, abbia voluto risalire ai miti, abbia voluto recuperare nei miti stessi una ingenua ma umanissima saggezza. Insomma, c’è qualcosa che colpisce nella ricerca di Sciola, la volontà di ritornare alle origini, anzi all’originario, e quindi la volontà di leggere la propria ricerca attraverso il mito. Ma quale mito?

Dietro i sassi che crescono sotto la terra stanno le memorie della creazione, le pietre gettate alle spalle che fanno crescere giganti o draghi, e quindi proprio attorno alle pietre esiste un sistema mitico dalla antica Grecia in poi; ma le pietre sono anche molto altro, adoravano pietre i Nabatei e le vediamo lungo il percorso di avvicinamento a Petra, all’interno del grandioso canale scavato nella roccia; le pietre poi diventano figura assoluta, un modello anche in epoche più recenti, e fino ad oggi se ricordiamo la scoperta del monolito nero alla fine di “2001 Odissea nello spazio” (1968) di Stanley Kubrick. Ma allora che pietre sono queste di Sciola, di che pietre si tratta? Se noi osserviamo la forma delle pietre tagliate di netto in sezione a “V”, dal cui interno sporge un grigio prisma, comprendiamo che dentro la pietra si cela una forma assoluta, una forma geometrica, un cristallo, una specie di solido regolare che potrebbe alludere ai cinque solidi platonici, dunque alla purezza, al modello trascendente. Sciola è troppo raffinato e colto per ignorare tutto questo, ma a lui basta suggerire una potenziale forma, una potenziale immagine, e questa immagine geometrica, tagliente, netta, allude dunque alla perfezione, allude al sublime.

Proviamo quindi a riflettere un momento su queste immagini: fuori la superficie glabra, scavata, della natura, una superficie che rimanda direttamente all’Informale; dentro lo spazio dell’Hard Hedge, lo spazio del taglio netto, lo spazio di un ordine che significa assoluta purezza ma che vuole dire anche intervento dell’uomo e quindi storia. Proviamo a riflettere sul come Sciola raccoglie queste pietre: certo, nei campi, dalle parti della sua San Sperate, ma, per capire, si deve seguirlo da vicino, sentire quello che dice. Quindi le pietre sono scelte sulla base della loro forma, devono essere dei semi, devono essere già uscite dal mondo del naturale in modo da proporsi appunto come semi; le pietre devono essere dunque giunte a un preciso livello di trasformazione geologica. Quando le pietre sono scelte il dialogo è con i proprietari del terreno, che a volte non vogliono cedere i sassi, per loro certo ingombranti e inutili, ma Sciola, con l’aiuto dei pastori, scopre pietre nuove e le porta a casa, al laboratorio, dove saranno tagliate, direi quasi ferite dall’intervento della cultura. Come a dire che il mondo della pastorizia, il mondo delle tradizioni più antiche aiuta a scegliere, contribuisce a scegliere le pietre della memoria del passato che la cultura nuova inciderà enucleando il loro nuovo racconto di rinascita. Ma anche in questo caso la spiegazione che abbiamo dato sembra inadeguata. Sciola non cerca solo i semi che crescono dentro la terra ma qualcosa che va oltre la loro esistenza, cerca un equilibrio diverso, forse, fra invenzione e quindi funzione dell’artista e mondo. Per questo penso si debba riflettere adesso sui suoi progetti, sui suoi modelli, sulle indagini che ha condotto prima di questa. E chiedersi prima di tutto perché, proprio nella piazza del Sacro Convento sia stata presentata anni or sono una splendida, imponente serie di pietre cantanti, cioè di quelle pietre, calcari in genere, che vengono tagliati da Sciola e organizzati in modo da produrre, appena sfiorati, dei suoni, delle note che vengono dall’interno di una storia di milioni di anni, un suono che non ha confronto con quelli che si producono di solito dagli strumenti umani. Sciola ha inventata una raffinatissima tecnica di taglio, di proporzionamento, di distribuzione delle sue lamine o dei suoi parallelepipedi di calcare, ma alla fine quei suoni escono dall’interno delle pietre e sono un novità assoluta, che deve avere un significato che va al di là della scoperta, che pure è indubbia. Che cosa insomma vuole dire con questa ricerca e perché essa è stata esposta proprio davanti al Sacro Convento? Un progetto di Sciola, un progetto che egli vuole realizzare ci aiuta forse a capire. Sciola pensa di tagliare una serie di colonne di largo fusto, come se fossero dei veri e propri tronchi, ma dei tronchi pietrificati, come le foreste pietrificate con gli alberi che sono diventati carbone. Ebbene, Sciola vorrebbe uno spazio ampio, almeno 4 o 5 ettari, dove collocare questi resti, questi rocchi di alberi della preistoria, e poi far crescere vicino a questo spazio, simbolico della morte, qualche pianticella verde, nel segno della rinascita. Oltre a questo vorrebbe mettere dei sensori così che, quando la gente si avvicina, davanti a questi alberi spogli si senta il fruscio, lo stormire delle fronde, il canto degli uccelli, oppure anche, avvicinandosi di più, il suono dell’incendio che ha ucciso, appunto, la foresta. Dunque natura che è vita, rinascita e anche morte. Un altro caso, un altro progetto, questo in parte già realizzato, riguarda ancora delle rocce, rocce come dei sarcofagi, forate all’interno esse quindi hanno spazio dentro per contenere un corpo del quale fuoriescono alle estremità la testa e i piedi, come a dire che la pietra contiene i corpi, ma questi in parte emergono, sono visibili, sono il segno di una presenza. Questo racconto, questa messa in scena, sembra importante perché prefigura un vero happening con le persone vere che escono dalle pietre e si mettono a danzare nella vibrante fiamma del fuoco mentre dovrebbe suonare la musica di Giacomo Manzoni. Ma allora che cosa vogliono dire questi progetti, e l’ultimo in particolare, con l’idea stessa della morte e della resurrezione? Sciola pensa di collocare in una piazza di Parigi, appena dedicata ai desaparecidos argentini, un gruppo di queste sepolture vuote, vuote perché quei corpi non ci sono più, e non perché distrutti, scomparsi, ma perché risorti. Alla Biennale di Venezia del 1976 Sciola presentava una serie di corpi scolpiti nei tronchi, opere di una tensione e di una violenza espressiva senza confronto e che ancora impressiona; pochi ne sono rimasti e Sciola li conserva a San Sperate. Ebbene, questo dialogo con la morte, che era allora la guerra e la violenza, appare una costante nella ricerca di Sciola, ma, rispetto a quei tronchi scolpiti che erano un omaggio a Heckel e Kirchner, adesso Sciola ha raggiunto una diversa idea del naturale. Ricordo bene l’orrore che esce da quei vecchi tronchi scavati e ricordo sopra tutto fra quei tronchi anche un Cristo di una tensione quasi duecentesca nella sua sublime violenza.

Sciola adesso dice “Vorrei scrivere dall’interno la storia di una pietra”: capite, dall’interno, dunque è lui che si identifica con la pietra. Ma questa affermazione non basta; Sciola ci viene in aiuto e detta la sua carta di identità che dobbiamo leggere con attenzione:

“Quando non ero e non era il tempo

Quando il caos dominava l’universo

Quando il magma incandescente colava il mistero della mia formazione

Da allora il mio tempo è rinchiuso da una crosta durissima

Ho vissuto ere geologiche interminabili

Immani cataclismi hanno scosso la mia memoria litica

Porto con emozione i primi segni della civiltà dell’uomo

Il mio tempo non ha tempo.


Le prime due righe fanno pensare a una iscrizione, che era prima una dolcissima, amarissima poesia di Paul Klee, scolpita adesso sulla sua tomba, dove Klee si dice prossimo ai non nati, e si propone nel segno di un ritorno profondo alla terra.

Ecco il passo kleiano ora scolpito sulla sua tomba:

Io sono inafferrabile.

Mi trovo bene sia vicino ai morti

Che accanto ai non nati.

Sono vicino al cuore della creazione

Più di quanto è solito.

E tuttavia non quanto vorrei

In fondo proprio Klee aveva saputo costruire i propri quadri come germinazioni, come luoghi di nascita e di rinascita, luoghi dunque della lunga durata. Insomma la memoria di Sciola è una memoria densa di storia, e densa di arte, ma con significasti anche diversi, ulteriori, che vanno compresi. La sua distanza infatti da tutto quanto viene prodotto oggi in scultura, sia quella astratta che di ogni altro tipo, è totale; Sciola poi ha un’altra qualità, quella di conoscere splendidamente la scultura di tipo naturalistico e di praticarla, per via del porre, non più del levare,. Sciola modella la creta e la cuoce sopra tutto nelle sere di inverno quando è impossibile andare per pietre, cercare le pietre da scavare come tombe, da tagliare per farle suonare, da tagliare per segnare in esse la nascita di un ordine diverso. Ma allora come si colloca Sciola nell’ambito della scultura contemporanea, e come si colloca ad esempio proprio in relazione a queste sue sculture di tipo naturalistico? La qualità anche di queste è molto alta: qui Sciola sembra rifarsi alla tradizione che da Rodin arriva a Medardo Rosso, ma anche alle pitture di Scipione e, in genere, alla Scuola Romana fra anni Venti e Trenta, per non parlare poi di Arturo Martini e di certi delicati profili di Fausto Melotti. Insomma anche nel figurativo Sciola percepisce bene il nuovo e gli spazi del nuovo.

Ma perché queste pietre, questi semi sulla piazza del Sacro Convento? Nel Cantico delle creature Francesco leva la lode al mondo, al creato, chiave per comprendere la divinità di Dio; ebbene, allora Francesco combatteva contro i Catari e la loro eresia, contro la idea che il mondo è peccato, è male; Sciola scopre invece, nell’eternità delle ere geologiche, l’idea stessa della nascita, della crescita, delle origini. Per lui, per Sciola, la materia è viva e gli elementi della tradizione, terra, aria acqua e fuoco, sono i mezzi attraverso i quali egli stesso intende rappresentare questa vitalità. Dunque, se nella mostra con le pietre cantanti vogliamo cogliere un significato ulteriore rispetto a quello letterale, esso deve essere percepito come scoperta della armonia dell’universo. Sciola stesso del resto ricorda che alcuni scienziati della Università di Pisa gli hanno dato delle registrazioni dei suoni nello spazio che stranamente somigliano a quelli che Sciola stesso ricava carezzando le sue bianche pietre. Come a dire che macrocosmo e microcosmo coincidono. E anche le tombe scavate e vuote sono un segno, si possono leggere come allusive alla resurrezione, e quindi ancora come attenzione al mistero dell’esistenza. Ma allora in che cosa è nuovo, diverso da tutti i suoi contemporanei Sciola? Prima di tutto nella idea della durata, la scultura per lui è lunga durata, non nel senso bergsoniano ma in quello geologico delle ere. La natura per lui è sempre rinascita e il mito degli elementi, terra aria acqua e fuoco, alla fine viene sempre riproposto nelle sue opere, ed anche nei semi la cui cavità è stata riempita, proprio davanti alla basilica di San Francesco, di acqua.

Sciola ama scoprire storie nuove, ogni volta che lo incontri ha l’entusiasmo del neofita, ha scoperto un nuovo racconto che illustra sorridendo, quasi pensando che alla fine quello che lui propone è certo una fiaba ma con una morale che chi ascolta dovrebbe subito capire, e magari non intende. A volte è serio, concreto, dice che vuole che i cittadini conoscano le pietre, che non hanno in realtà mai visto, toccato, sentito, ma allude anche ad altro, allude a un processo di conoscenza che non riguarda i cittadini piuttosto che gli abitanti della campagna, allude a un processo di presa di coscienza del mondo che per lui è irrinunciabile. Scoprire il mondo vuole dire scoprire l’ordine del mondo, scoprire il mondo vuole dire intuire qualcosa che lo trascende, non importa se Sciola è laico o religioso, per un laico è la dimensione dell’universo stesso che reca meraviglia, che fa scoprire tempi e dimensioni non commisurabili, per un religioso il senso di queste sculture è quello del Cantico delle creature, per cui tutte, ed insieme con esse ogni spazio della terra, ed ogni creazione umana, sono riflesso del divino.

Così Pinuccio Sciola concentra, nelle sue sculture, una dimensione del tempo che non trova confronto in nessun altro artista e propone anche una sintesi nuova fra spazio della scultura Informale, come prima si scriveva, e scultura astratta, naturalismo insomma e geometria, una singolare sintesi che peraltro è intrinseca al naturale, come lo sono i cristalli dentro le rocce magmatiche. Dunque Pinuccio Sciola ci propone il mito della creazione, ma questa volta attribuendo all’artista una funzione, di scoprire nuove strade per fare comprendere all’uomo, a tutti, non semplicemente il naturale, ma quella sintesi del naturale che nasce soltanto da una consapevole capacità creativa. Sciola, ricordatevelo, è un artista estremamente colto; se mai si volesse pronunciare un nome che possa essere a lui affine, forse si potrebbe suggerire quello di Brancusi con la sua Colonna infinita, quasi un albero anch’essa, ma insieme dimensione assoluta, nuova scala di Giacobbe al cielo delle geometrie. Quella stessa dimensione assoluta che Sciola percepisce in qualche sua pietra dispersa nei campi di San Sperate.

Forse, dentro questi semi che non a caso Sciola battezza semi della pace, dobbiamo cogliere la geometria come ordine e quindi creazione dell’arte e lo spazio del naturale come luogo della contrapposizione, sul filo della eterna durata. Fuori dei semi quindi il tempo cosmico, dentro quello della mano dell’uomo, dunque il tempo della storia. Sciola quindi si colloca, solo, su questo difficile crinale, quello dell’artista mediatore, avrebbe scritto Klee, fra terra e cielo.

 



 
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