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CFF >>> Sonetaula

Regia di Salvatore Mereu

Sceneggiatura: Salvatore Mereu, Vittorio Omedei Zorini, Vladan Radovic, Ivan Casalgrandi dal romanzo di Giuseppe Fiori

Fotografia: Massimo Folletti

Montaggio: Paola Freddi

Scenografia: Marianna Sciveres

Interpreti: Francesco Falchetto, Manuela Martelli, Antonio Crisponi, Serafino Spiaggia, Giselda Volodi, Lazar Ristovski

Produzione: Lucky Red, Haute et Court, Artemis

Distribuzione: Lucky Red

Italia/Francia/Belgio 2008, colore 157’.

… E’ un mondo arcaico, fuori dal tempo, appena sfiorato dalla storia e dalla tecnologia, per certi aspetti tribale, quello di Sonetàula, il film di Salvatore Mereu che ha debuttato al Festival di Berlino, nella sezione Panorama. Il regista nuorese (di Dorgali) si era già fatto notare con Ballo a tre passi, che vinse alla Settimana della Critica di Venezia. Ora con l’opera seconda conferma lo sguardo personale, etnografico, poetico, con un evidente debito verso un autore immenso come Vittorio De Seta, un amore dichiarato per Gianni Amelio ed echi, chissà se volontari, del capolavoro dei fratelli Traviani Padre padrone.

In due ore e mezza scandite da un passo lento ed ellittico, con la macchina da presa che sta addosso a volti, situazioni e gesti minimali, Mereu racconta l’epopea del bandito ragazzo Zuanne Malunne, detto Sonetàula perché le sue ossa giovani fanno ancora rumore di legna: il padre viene mandato al confino per un crimine che non ha commesso e lì muore. Rimasto solo con la madre malata e sofferente, Zuanne vive la vita stentata del servo pastore insieme al nonno e allo zio, tormentato quest’ultimo dalla malaria.

La sua tetra esistenza è scandita dai duri rituali del lavoro quotidiano ma anche illuminata dall’amore infelice per la coetanea Maddalena, che un giorno sposerà l’amico, più abile nel calarsi nei panni del contadino rifatto e adeguarsi al progresso (splendida la scena dell’arrivo della luce nel paese, immaginario, di Orgadas). Tutto si ripete, nonostante il passare delle stagioni e la lenta crescita del ragazzo, fino al giorno in cui Zuanne, mosso da un misto di gelosia e amor proprio, risponde a uno sgarro facendo strage di pecore nel recinto del vicino. Quando i carabinieri vengono a cercarlo, decide di diventare clandestino unendosi ad altri latitanti.

Romanzo di formazione a rovescio, nell’Italia fascista e poi bellica (la vicenda si snoda dal 1937 alla fine degli anni ’40), il film è tratto da un romanzo di Giuseppe Fiori, pubblicato da Einaudi, vincitore del premio Deledda, e come un romanzo è suddiviso in capitoli legati ai nomi dei personaggi raccontati. Si può leggere come l’implosione di un giovane uomo cresciuto senza padre (da notare i continui riferimenti alla sessualità acerba di Zuanne) ma anche come la fotografia di una terra che vive un’estraneità endemica al Continente, lontana dalla politica, che rinnega ed è rinnegata dallo Stato.

Sull’argomento c’è un altro bellissimo romanzo “isolano”, Paese d’ombre di Giuseppe Dessì che andrebbe recuperato.

Grande il lavoro sugli interpreti, che salvo qualche rara eccezione (il padre Lazar Ristovski, la madre Giselda Volodi e la ragazza amata, la cilena Manuela Martelli vista in Machuca), sono tutti non professionisti, dal protagonista Francesco Falchetto a Giuseppe Cuccu, che aveva debuttato nel ’61 proprio in Banditi a Orgosolo. Facce antiche che sembrano veramente scavate dalla disperazione. I sottotitoli saranno indispensabili anche per il pubblico sardo perché il film è parlato in logudorese, non compreso in vaste zone della stessa Sardegna.

da Vivilcinema n°2/2008 pag.31

 
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