Titolo originale: Tsotsi
Regia: Gavin Hood
Cast: P. Chweneyage, T. Pheto, K. Nkosi, M. Magano
Sud Africa, 2005 colore 91’
Distribuzione: Mikado
Tsotsi ha diciannove anni e vive in una baraccopoli nella periferia degradata di Johannesburg. “Tsotsi”, nel linguaggio del ghetto significa “bandito, criminale”; il ragazzo, infatti, ha rimosso ogni ricordo del suo passato, compreso il suo vero nome. Nonostante la sua giovane età, è già a capo di una banda di malviventi che comprende: Butcher, un assassino a sangue freddo; Boston, un insegnante fallito; e Aap, grosso e ritardato.
Tsotsi è un selvaggio che non si cura dei sentimenti degli altri e che si è costruito una corazza per non provare compassione per nessuno; insieme ai suoi compagni di strada conduce una vita all’insegna della violenza: individuano una persona – la loro preda, magari nei corridoi della metropolitana – la seguono, la circondano, la derubano e spesso – per quanto non ce ne sia bisogno – la uccidono. E questo senza la minima traccia di emozione sui loro volti di ragazzi, volti già segnati dalla miseria, dalla solitudine, dalla rabbia.
Una notte in cui gli alcolici scorrono a fiumi nel bar che vende liquori senza licenza e in cui i quattro giovani sono soliti ritrovarsi, Boston – completamente ubriaco – incalza Tsotsi con domande sul suo passato, ma Tsotsi non dice nulla. Boston è soprannominato “il maestro” perché, a differenza degli altri, ha studiato; ora è uno di loro, ma porta con sé qualcosa che a loro manca: un residuo di pietà per il prossimo. “Tu non hai rispetto, tu non conosci la dignità” dice Boston a Tsotsi, continuando a pungolarlo sulle sue scelte e sulla sua infanzia. A quel punto, la risposta di Tsotsi è silenziosa, improvvisa e brutale: si scaglia contro di lui con una violenza estrema, lo riempie di pugni fino a sfigurarlo. Solo furia fredda.
Tsotsi scappa nel buio, corre per sfuggire anche alle immagini dolorose che si formano nella sua mente: rimasto orfano da piccolo e costretto a farsi largo da solo nel suo percorso per diventare adulto, ha vissuto un’esistenza caratterizzata da profonde privazioni affettive e da gravi mancanze sociali e culturali.
Quella notte diluvia, una donna – davanti alla propria abitazione – non riesce ad aprire con il telecomando il cancello automatico; Tsotsi si avvicina, spara alla donna, ruba l’auto e schiaccia il pedale dell’acceleratore. Ma sente un suono provenire dal sedile posteriore: si tratta del pianto di un neonato. Tsotsi è confuso, preso dal panico, va a sbattere a uno stop e esce dalla vettura.
Il ragazzo, però, ha un impulso diverso dal suo consueto istinto di sopravvivenza personale: prima guarda il bambino, poi lo prende in braccio, lo avvolge in una busta di plastica e si dirige verso la bidonville in cui abita. Ha deciso di prendersi con sé e per sé quella vita: non rivela a nessuno la presenza del bambino e prova a prendersi cura di lui, ma presto si rende conto che non può farcela da solo.
Alla fontana del villaggio, il ragazzo sceglie una giovane donna e la segue di nascosto fino alla sua casa. Con la minaccia di una pistola, la costringe ad allattare il piccolo. La donna, Miriam, è da poco rimasta vedova e vive da sola con suo figlio, guadagnandosi da mangiare come cucitrice.
All’inizio Miriam è spaventata da Tsotsi, ma col tempo, il loro rapporto si evolverà per diventare un’amicizia basata sul rispetto reciproco e sull’affetto verso i due piccoli bambini.
Tsotsi si reca nell’abitazione del neonato, immobilizza i genitori e tenta di portar via il necessario per allevare il neonato (cibo, pannolini, vistiti); ma le forze dell’ordine si sono mobilitate e lo braccano. Circondato dai poliziotti con le armi spianate, il ragazzo riconsegna il bambino a suo padre (la madre è rimasta ferita e ora è bloccata su una sedia a rotelle) e alza le mani; la macchina da presa gli gira intorno e lo riprende di spalle e dal basso. Il suo non è più solo un gesto di resa, ma anche una sorta di riconciliazione con se stesso perché, piano piano, ha imparato qualcosa che da tempo aveva dimenticato: ha imparato a guardare e a vedere un’altra persona e a rendersene responsabile. Un pianto quieto riga il suo volto di lacrime: un pianto di consapevolezza e di sollievo.
da Arrivano i film a.s. 2006/2007 pag.97

